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Di Tintoretto meritano una particolare attenzione due tele eseguite per la Scuola Grande di San Marco: San Marco libera uno schiavo e il Trafugamento del corpo di San Marco.
La terza tela, che completava il ciclo, con il Ritrovamento del corpo di San Marco è oggi conservata nella Pinacoteca di Brera.

San Marco libera uno schiavo è il primo dipinto commissionato dai confratelli della Scuola di San Marco per la sala capitolare, realizzato da Tintoretto tra il 1547 e il 1548.

Secondo la Legenda Aurea di Jacopo da Varragine, un servo, che aveva osato recarsi a visitare il corpo di San Marco senza permesso, era stato condannato dal suo padrone ad essere accecato e ad avere le gambe spezzate; ma l’intervento miracoloso del Santo, ripreso in audace scorcio e in controluce mentre irrompe dall’alto, lo salva, rendendo inutilizzabili gli strumenti di tortura.

Il pittore svolge il tema con eccezionale valenza scenografica, costruendo la scena come una rappresentazione teatrale, con forti contrasti luministici che accentuano i gesti concitati, il dinamismo, le pose avvitate delle figure, la cui rappresentazione fortemente plastica risente dell’influsso di Michelangelo, Raffaello, Giulio Romano.
L’inedita drammaticità e la rivoluzionaria carica espressiva suscitarono sconcerto nei contemporanei, tanto che i confratelli inizialmente pensarono di rifiutare la tela!

Il Trafugamento del corpo di San Marco, compiuto tra il 1562 e il 1566, illustra l’episodio  anch’esso tratto dalla Leggenda Aurea , in cui alcuni devoti riescono ad impadronirsi delle spoglie del Santo che si trovavano ad Alessandria e stavano per essere messe al rogo.
La scena è impostata su un taglio diagonale dalla vertiginosa prospettiva, con un forte effetto illusionistico secondo i modi tipici dell’artista; lo spazio fantastico, con le architetture “sbiancate” sotto un cielo tenebroso, preannuncio della provvidenziale tempesta che spegnerà la pira e determinerà il fuggi-fuggi generale consentendo il recupero di San Marco, ricorda la Piazzetta marciana ed è chiuso in fondo da un edificio che somiglia alla Torre dell’Orologio.

Rispetto al telero precedente si osserva l’evoluzione stilistica compiuta dal pittore, che attenua il plasticismo tipico della sua prima produzione, e accentua il chiaroscuro, sacrificando in parte il ricco cromatismo iniziale.

In entrambi i dipinti notiamo lo stesso personaggio barbuto, presente anche nelle tele vicine: si tratta di Tommaso Rangone, medico e studioso, nonché Guardian Grando della Scuola di San Marco, che si fece ritrarre in tutti i teleri del ciclo, suscitando la disapprovazione dei confratelli per il suo eccessivo protagonismo.