fbpx
pin_red   Chiesa di San Giovanni Crisostomo, Venezia

La Pala eseguita da Giovanni Bellini si trova nella cappella a destra dedicata agli Scultori e Intagliatori in legno. Quando la termina, nel 1513, il pittore è molto anziano e prossimo alla morte, che avverrà 3 anni dopo. La committenza risale a quasi 20 anni prima, nel 1494, da parte di un ricco mercante, Giorgio Diletti, che morì nel 1503 e quindi non fece in tempo a vederla conclusa.

Bellini quindi si trovò nella situazione ottimale per un artista: quella di essere del tutto libero da condizionamenti e completamente autonomo nelle scelte iconografiche. Ne approfittò, permettendosi anche di cambiare uno dei protagonisti di questa sorta di Sacra conversazione sui generis. Diletti infatti nel suo testamento aveva richiesto la presenza dei Santi “Jeronimi, Ludovici e Chrisostomi”, ma al posto di quest’ ultimo notiamo invece San Cristoforo.

Bellini si concede poi altre “licenze” ad esempio: San Gerolamo non presenta i consueti attributi iconografici e indossa una veste bianca e un manto rosso che di solito sono accostati a San Giovanni Evangelista.

Anche dal punto di vista compositivo l’opera si distingue per originalità e dimostra come l’anziano maestro fosse ancora in grado di rinnovarsi e di dare dei punti ai pittori più giovani ormai presenti sulla scena artistica veneziana al punto che Durer, in visita in città nel 1506, così si espresse riferendosi a lui: “è molto anziano, ma è ancora il più grande di tutti”.

San Gerolamo è posto al sommo di uno sperone di roccia, in posizione sopraelevata rispetto agli altri due Santi, dai quali è separato da una balaustra marmorea, in una composizione piramidale che ne sottolinea la superiorità.

Nello spazio antistante la balaustra vediamo a sinistra San Cristoforo, che si appoggia al tradizionale bastone, con il piccolo Gesù sulle spalle, a destra San Ludovico da Tolosa, in abiti vescovili, con il pastorale, e un libro scritto da S. Agostino in una mano. I Santi sono inquadrati da un possente arco rivestito da un mosaico in tessere dorate, con un’iscrizione in greco: si tratta di un aperto omaggio al mondo bizantino, in linea con l’intitolazione della chiesa, ma anche con le istanze della cultura veneziana, intensificatesi dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453.

Il significato della scena può essere spiegato come una celebrazione della vita contemplativa, rappresentata da Gerolamo posto nel registro superiore e quasi in un’altra dimensione, e la vita attiva, incarnata da Cristoforo, simbolo dell’apostolato dei semplici, e Ludovico, emblema dell’impegno istituzionale degli uomini di chiesa.

Questo rapporto dialettico tra vita attiva e vita contemplativa era un tema di grande attualità in quell’epoca, oggetto di dibattito tra intellettuali e teologi. Gerolamo rappresenta la massima perfezione spirituale, che si può raggiungere fuori dal consorzio umano, nella solitudine e nello studio, ed è riservata ad una ristretta cerchia di eletti; il fico, albero edenico, su cui è appoggiato il volume che sta leggendo, allude alla meditazione sul mistero del Bene e del Male. La sua figura si staglia su un meraviglioso sfondo di montagne, con un cielo di straordinaria intensità e luminosità.

Il nobile volto del Santo è forse un autoritratto dell’anziano maestro, che firma il suo estremo capolavoro, l’ultimo ad essere posto su un altare veneziano, mirabile combinazione di innovazione e tradizione, condotto con la consueta, sublime padronanza del mezzi espressivi.

E’ significativo che nelle sue “Vite” Vasari, nel 1550, avesse attribuito il dipinto a Giorgione, e poi, nell’edizione successiva, a Sebastiano Del Piombo: ossia alle due più promettenti personalità apparse alla ribalta della scena artistica in laguna.