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Per finire degnamente, e in crescendo, ci soffermiamo sulla Pietà di Tiziano, documento di eccezionale interesse storico-artistico ed umano. La drammatica opera, alla quale l’artista stava lavorando l’anno della sua morte, nel 1576, era destinata alla sua sepoltura; rimasta incompiuta, fu terminata in alcuni dettagli da Jacopo Palma il Giovane. Mai posta in essere nella Chiesa dei Frari, dove il pittore aveva chiesto di essere seppellito, rimase nella bottega, quindi fu collocata nella chiesa di S.Angelo, da cui pervenne alle Gallerie.

Vero testamento spirituale dell’artista, il dipinto è incentrato sui temi della morte, del sacrificio e della Resurrezione, a cui alludono numerosi elementi simbolici, come le statue di Mosè e della Sibilla Ellespontica, l’uno prefigurazione di Cristo, l’altra profetessa che aveva predetto la morte di Gesù sulla croce e la resurrezione. Anche il pellicano che si lacera il petto per nutrire i piccoli con il suo sangue, posto nel catino absidale, è un’allegoria del sacrificio di Cristo. Oltre alla Maddalena sconvolta, e alla Vergine sfatta che sostiene il corpo livido di Gesù, vediamo a destra un anziano, calvo e barbuto, inginocchiato con reverenza al cospetto del Figlio: è Nicodemo, nelle cui fattezze si dice che Tiziano abbia ritratto sé stesso, ponendosi dentro l’evento sacro, quasi a chiedere perdono dei suoi peccati. La scena è immersa in uno spettrale notturno, dalla scarsa e tremolante illuminazione, che ne accentua la drammaticità.

La tecnica pittorica è quella dell’ultima produzione del pittore, caratterizzata da una stesura del colore rapida e compendiaria, a macchie, del colore, e dallo sfaldamento delle forme, dai contorni sempre più indefiniti, che sembrano quasi erosi da vibranti passaggi di luce ed ombra. In questa fase estrema il tonalismo veneziano, sviluppato da Tiziano durante tutta la sua carriera, raggiunge ineguagliati vertici espressivi, anticipando alcuni esiti della pittura moderna.