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La pala è collocata sopra l’altar maggiore dedicato a San Gerolamo nella navata sinistra.

Datata e firmata 1505 fu commissionata al pittore, ormai giunto al culmine della sua lunga carriera, dalle monache benedettine titolari della chiesa e del convento. Durante gli anni novanta del ‘400 Bellini era stato impegnato nella realizzazione dei teleri per la sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale, poi andati perduti. Il prestigioso incarico pubblico l’aveva costretto ad abbandonare per un po’ la produzione di quadri sacri; la commissione di san Zaccaria rappresenta quindi per il pittore l’occasione di un ritorno in grande stile a questo tipo di soggetti. L’atmosfera di raccoglimento e di misteriosa attesa che la visione di questo assoluto capolavoro suscita nello spettatore, invogliandolo alla meditazione, è efficacemente riassunta da Henry James, illustre visitatore e amante di Venezia, che nelle sue “Ore italiane” così scrisse: “…ha una dolcezza e una serenità così straordinariamente armonizzate, che anche il cultore più critico ed esigente non può far altro che inginocchiarvisi dinanzi”.

Nel quadro sono rappresentati la Vergine con il Bambino in trono, tra i Santi Pietro e Caterina, a sinistra, Lucia e Gerolamo a destra, più un angelo musicante. L’artista raccorda abilmente lo spazio virtuale della scena con quello reale della chiesa: egli infatti riprende gli elementi del Codussi dell’altare riproducendoli in modo puntuale nell’architettura dipinta, che rappresenta una cappella, parzialmente aperta ai lati, culminante in una semicupola a mosaico decorato da tralci d’acanto su fondo oro, smagliante omaggio alla tradizione bizantina. Come di consueto Bellini instaura un sottile dialogo con la natura, che fa capolino a destra e a sinistra del vano aperto ai lati in piccole porzioni di cielo, alberi, prato; ma soprattutto si afferma nel gioco della luce che penetra ovunque, accarezza l’uovo di struzzo che pende dal soffitto, trae caldi bagliori dorati dal mosaico dorato, modula dolcemente i volti dei Santi, sfumando i contorni e raggiungendo una morbidezza atmosferica quasi giorgionesca. A questo proposito è qui evidente il dialogo fruttuoso tra Bellini, ormai anziano, e il giovane maestro Giorgine autore della pala di Castelfranco, della tempesta, dei Tre filosofi, opere dipinte nello stesso giro di anni. Si può parlare ormai di tonalismo, con il colore che vibra a seconda dell’incidenza della luce, specifico apporto della pittura veneta alle novità rinascimentali.

Un silenzio assorto, un senso di enigmatica sospensione del tempo dominano la scena, grazie alla composizione calibratissima, rigorosamente simmetrica: rispetto all’asse centrale creato dall’uovo e dalla lampada, tutto è speculare, dalle decorazioni architettoniche ai girali d’acanto della semicupola, alle Sante che paiono sorelle, entrambe con la palma del martirio, alle figure di San Pietro e San Gerolamo, dai volumi analogamente dilatati. Ma la grandezza di Bellini consiste proprio nei minimi scarti delle posture, nelle quasi impercettibili differenze di gesti e di espressioni che creano un sottile dinamismo interno rispetto all’apparente immobilismo delle figure; scarti differenze a cui è consegnato il senso profondo, il segreto messaggio di questa mirabile “sacra conversazione”. Gerolamo, immerso nella lettura, persino di fronte alla rivelazione del mistero a cui è chiamato ad assistere, che renderebbe superfluo il libro, è l’emblema della vita contemplativa; i due pioppi tremuli alle sue spalle, uno secco, l’altro rigoglioso, testimoniano come lo studio faccia rivivere le Sacre Scritture. Pietro, con il consueto attributo delle chiavi, e il libro chiuso, simbolo di saggezza indiscussa, rappresenta la Chiesa militante; il fico e l’edera dietro di lui sono allegorie della Croce, che come il fico dona spontaneamente il suo dolcissimo frutto, cioè Cristo, e fa da sostegno al fedele. Anche la posa del Gesù bambino, con la gamba sinistra sollevata, fa riferimento all’attitudine del Cristo Risorto; ciò è confermato dall’uovo di struzzo, simbolo pasquale che evoca la rinascita. Alla luce di questi elementi la pala ratifica il ruolo superiore di Pietro e della sua scelta attiva in seno alle istituzioni, esprimendo le intenzioni delle committenti, le monache patrizie di San Zaccaria. Non a caso esse fanno inserire Caterina e Lucia, le due vergini savie, proponendole come esempi alle giovani educande del convento.