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La costruzione della Chiesa del Redentore venne decisa dal Senato veneziano come voto in occasione della peste del 1576-77 durante la quale morì Tiziano. La scelta del luogo e la forma dell’edificio furono oggetto di un concorso e di un ampio dibattito svoltosi tra il settembre del 1576 e il febbraio del 1577 quando fu definitivamente approvato il progetto di Andrea Palladio. La localizzazione sul canale della Giudecca affidava alla chiesa costruita dallo stato una visibilità proporzionata all’intervento finanziario e al suo ruolo di tempio votivo. Il progetto inizialmente concepito da Palladio era probabilmente di tipo centrico e deve avere suscitato delle perplessità se immediatamente dopo gli venne chiesto di approntare due nuovi progetti, uno “rotondo” ed uno “quadrangolare”, espressione ognuno di una delle due fazioni in cui si erano divisi i nobili veneziani. La decisione di accettare quest’ultimo modello è dovuta sicuramente alla necessità di avere a disposizione un edificio tanto capiente da accogliere i fedeli, il corteo dogale con le magistrature e il coro dei monaci, ma anche alle nuove disposizioni emanate in seguito al Concilio di Trento riguardo alla predilezione per le chiese longitudinali, normalizzate da Carlo Borromeo delle sue Istructiones del 1577, una sorta di manuale per la progettazione di chiese secondo le norme della Controriforma. In ogni modo l’edificio realizzato tra il maggio 1577 e il settembre 1592 sperimenta in ogni suo aspetto la composizione di motivi centrici e longitudinali, come una sorta di compromesso, anzi di sintesi tra le posizioni contrastanti di patrizi al governo.
La facciata della chiesa, sopraelevata su un alto podio, è concepita, come quella realizzata da Palladio a San Francesco della Vigna, come l’intersezione di un ordine maggiore e uno minore, pensati come virtuali pronai templi antichi proiettati e “schiacciati” sulla superficie della facciata.

La realizzazione di un terzo piano di facciata corrispondente ai corpi laterali dei contrafforti tende ad assorbire l’eccessivo scarto dimensionale tra navata e cappelle, che inevitabilmente si sarebbe proiettato all’esterno. Eppure al Redentore la facciata ha un ruolo profondamente connesso alla concezione spaziale dell’edificio, denunciando che la chiesa è sì un edificio sviluppato in lunghezza, ma concepito come un edificio virtualmente centrico, secondo la forma tradizionale di un tempio votivo. Ne è prova l’attico che incornicia il frontone e l’appiattimento prospettico della falda del tetto che sembra determinare un secondo frontone (chiara citazione del Pantheon), ed il ruolo stesso che la facciata assume nei confronti dell’intera volumetria dell’edificio ad una visione frontale dalla riva opposta del canale della Giudecca, la stessa di cui è possibile usufruire assialmente ogni anno percorrendo il ponte di barche votivo costruito sul canale il terzo sabato di luglio. Quella del Redentore è una delle festività più sentite e intensamente vissute dai veneziani, che affollano di barche il bacino di San Marco e il canale della Giudecca nella notte tra il sabato e la domenica, quando lo spettacolo di fuochi d’artificio diviene il clou della festa popolare.

Dalla posizione del ponte di barche, percorso processionalmente da tutta la città dietro al patriarca di Venezia, quella del Redentore appare la facciata di un edificio centralizzato, dominata come è dalla mole della cupola, traguardata dai due campanili. Al Redentore, la facciata diventa così una macchina complessa, dove il sistema proiettivo utilizzato per risolvere la diversa altezza delle navate secondo principi “all’antica” viene sviluppato per svelare da lontano la vera natura dell’edificio.

Estromesso dai due centri di Venezia, quello finanziario di Rialto e quello politico-istituzionale di San Marco, Palladio riesce comunque a influire pesantemente sulla immagine della città “da lontano”, costruendo dei punti focali di una quinta scenica che aveva la piazzetta di San Marco come ideale palcoscenico. Ma la sensibilità territoriale e la capacità di progettare contemporaneamente a scale diverse permise a Palladio di integrare il Redentore con il progetto parzialmente realizzato per San Giorgio Maggiore e, forse, anche un suggerimento per le Zitelle, in un sistema scenografico che non andava visto da un unico punto di vista statico, situato tra le due colonne marciane, ma invece dagli infiniti possibili punti di vista delle galee che attraccavano nel bacino di san Marco. Dunque, una quinta scenografica pensata per essere osservata in movimento, non soltanto dai veneziani, ma dai pellegrini, dai mercanti e dai regnanti che sbarcavano lì dalle navi, un modo molto veneziano per proporre una architettura universale.